En bref
- Retail Media in Italia accelera: nel 2024 vale 400 milioni di euro, con crescita +13,8% e quota 6,4% sugli investimenti pubblicitari (fonti settore 2025).
- Per Centri Commerciali e Insegne diventa una leva per monetizzare audience, spazi e dati, collegando Pubblicità e vendite.
- La sfida centrale resta la misurazione: servono KPI comuni, governance del dato e processi tra trade marketing e Marketing Digitale.
- Omnicanalità concreta: schermi, audio in-store, app, sito, CRM e campagne off-site lavorano insieme per il Customer Engagement.
- Programmatic Advertising e automazione rendono scalabili inventory e targeting, ma richiedono qualità dell’offerta e trasparenza.
Il Retail Media ha smesso di essere una parola di moda e si è trasformato in un linguaggio comune tra brand, retailer e property. Nel mercato italiano, l’evoluzione si vede sia nelle piattaforme sia negli spazi fisici, dove il punto vendita diventa un canale editoriale a tutti gli effetti. Non si tratta solo di schermi più grandi o di creatività più curate: il salto vero arriva quando si collegano dati di prima parte, segnali di intenzione e disponibilità di stock, così da rendere la Pubblicità utile per il consumatore e misurabile per l’azienda. Inoltre, l’espansione dei formati porta i Centri Commerciali a ragionare come network: flussi, cluster di pubblico, stagionalità e mix merceologico diventano metriche operative, quindi monetizzabili.
In questo scenario, una figura ricorrente aiuta a rendere concreto il tema: una direttrice marketing di un grande mall del Nord, chiamata qui “Elena”, che lavora con più Insegne e con brand nazionali. Elena scopre che la vera differenza non la fanno i metri quadrati di ledwall, bensì la capacità di proporre pacchetti omnicanale, con KPI chiari, e una governance che non si inceppa tra commerciale, IT e store operations. Da qui nasce una domanda chiave: come si costruisce un’offerta di Retail Media che funzioni davvero, oggi, tra aspettative dei brand e complessità del retail italiano?
Retail Media in Italia: numeri, maturità del mercato e fattori che spingono la crescita
Nel panorama italiano, il Retail Media ha consolidato una dimensione rilevante. I dati di mercato indicano che nel 2024 il settore ha raggiunto 400 milioni di euro, con un incremento del 13,8% e una quota del 6,4% sugli investimenti pubblicitari complessivi. Questi numeri, letti nel contesto attuale, spiegano perché molte direzioni marketing lo considerino un canale “core” e non più sperimentale. Tuttavia, la maturità non si misura soltanto in euro: conta la capacità di standardizzare offerte, metriche e processi, così da rendere comparabili i risultati tra network diversi.
Il motore principale resta il dato di prima parte. Infatti, carte fedeltà, app, e-commerce, ricevute digitali e logiche di membership generano segnali che i brand faticano a ottenere altrove con la stessa precisione. Di conseguenza, si sposta valore verso chi controlla la relazione con l’utente al momento della scelta. Inoltre, il consumatore si è abituato a esperienze fluide, quindi tollera meno messaggi generici e premia contenuti utili: promozioni rilevanti, ricette, tutorial, comparazioni, servizi.
Anche i Centri Commerciali entrano nel gioco in modo più deciso. Da un lato, possiedono traffico fisico qualificato e contesto; dall’altro, spesso gestiscono canali digitali proprietari, come app del centro, Wi‑Fi captive portal, newsletter e community social. Perciò, quando si combinano questi touchpoint con l’inventory delle Insegne, si crea una “massa critica” che rende credibile una proposta media verso i brand. Nonostante ciò, serve chiarezza: chi vende cosa, con quale responsabilità, e con quali diritti sul dato?
Un segnale di maturazione arriva anche dagli eventi di settore. A Milano, Forum Retail ha confermato il Retail Media come driver strategico, con ricerche e panel che hanno messo in evidenza lacune e direzioni operative. Inoltre, la discussione pubblica ha dato peso a tre temi: disallineamento tra trade marketing e retail media, necessità di metriche condivise, e valorizzazione del dato di prima parte. In breve, il mercato cresce quando aumenta la fiducia, e la fiducia nasce da regole e misure comprensibili.
Il punto cruciale, quindi, è trasformare la crescita in un modello replicabile. Quando un’azienda riesce a passare da “campagne spot” a “sempre-on con ottimizzazione”, si sblocca continuità di budget e di learning. In questo passaggio, la parola chiave è disciplina: tassonomia dei formati, definizione dei KPI, e promessa commerciale coerente. L’insight finale è netto: senza standard e governance, il Retail Media resta frammentato; con standard e governance, diventa una macchina di crescita.
Centri Commerciali come ecosistemi media: come trasformare flussi fisici in inventory e valore misurabile
Per i Centri Commerciali, la promessa più affascinante del Retail Media è la monetizzazione dei flussi, ma il flusso da solo non basta. Serve una mappa delle intenzioni: ingressi, permanenza, percorsi, zone calde, e relazione con categorie e stagionalità. Così, un’area food court a pranzo non “vale” solo per la quantità di persone, bensì per il tipo di missione d’acquisto e il tempo disponibile all’ascolto. Inoltre, la presenza di eventi e cinema può amplificare la qualità del pubblico, quindi cambiare pricing e pacchettizzazione.
La costruzione dell’inventory parte dall’esperienza reale. Schermi in galleria, totem interattivi, digital out of home, audio in-store, maxi led esterni e touchpoint di servizio (parcheggio, wayfinding, locker) possono diventare superfici media. Tuttavia, si genera valore solo se si definiscono regole di frequenza, contesto creativo e misurazione. Per esempio, un brand beauty ottiene più impatto se la creatività appare vicino a insegne affini, e se il messaggio è adattato al momento: “ritira il campione al piano 1” funziona meglio di una promessa generica.
Nel caso di “Elena”, la direttrice marketing del mall, la svolta avviene quando smette di vendere “schermi” e inizia a vendere “risultati”. Perciò, crea pacchetti che includono esposizione, attivazione e misurazione: un flight di due settimane con creatività dinamiche, QR per coupon, e report che incrocia affluenza e redemption. Inoltre, coinvolge le Insegne più strutturate per coordinare promozioni e assortimento, così da evitare campagne che portano traffico su prodotti non disponibili. La fiducia cresce quando l’operatività non tradisce la promessa.
Un passaggio delicato riguarda i dati. Molti centri raccolgono segnali tramite Wi‑Fi, app o sistemi di parcheggio, ma non sempre li rendono attivabili. Quindi, occorre una data strategy che distingua tra dati personali e dati aggregati, e che preveda consenso e trasparenza. Inoltre, si devono definire ruoli chiari: il centro come “publisher”, un partner tecnologico come “processor”, e un perimetro di condivisione con le insegne. Anche se la tecnologia aiuta, la governance è ciò che rende il modello sostenibile.
Per rendere tangibile il percorso, una lista di iniziative ad alta resa aiuta chi gestisce un mall a partire in modo ordinato:
- Audit degli asset: mappare schermi, audio, touchpoint digitali e spazi eventi, con relative specifiche.
- Segmentazione dei flussi: definire cluster per orari, giorni, stagioni e missioni di visita.
- Pacchetti omnicanale: unire on-site (in galleria) e off-site (social, display) su audience del centro.
- Playbook creativo: linee guida su formati, call-to-action e messaggi per contesto.
- KPI e reporting: fissare metriche standard (reach stimata, visite, redemption, uplift) e cadenza report.
Se questi tasselli entrano a regime, il centro commerciale smette di essere solo “location”. Diventa un media con regole editoriali e capacità di ottimizzazione. L’insight finale, qui, è pragmatico: il mall vince quando trasforma la complessità fisica in semplicità commerciale, ossia pacchetti chiari e misurabili.
Se l’ecosistema del centro è il “palco”, la regia passa alle Insegne e alle loro piattaforme, dove dati e performance si incontrano.
Strategie Retail Media per le Insegne: dal dato di prima parte alla misurazione di vendite e brand uplift
Le Insegne che costruiscono un’offerta Retail Media credibile partono da un principio semplice: il dato è un vantaggio competitivo solo se diventa azione. Di conseguenza, loyalty, app, e-commerce e POS devono parlare tra loro, almeno a livello di metriche e identificatori. Inoltre, la collaborazione tra team commerciali e marketing non può essere episodica, perché altrimenti si creano listini incoerenti e promesse non misurabili. Quando invece si lavora su processi condivisi, il Retail Media diventa un prodotto, non un favore al fornitore.
Uno degli ostacoli più citati dal mercato è il disallineamento tra trade marketing e Retail Media. Il trade tende a ragionare su spazi e volantini, mentre il media richiede logiche di audience e KPI. Pertanto, una soluzione concreta consiste nel creare un “ponte” di governance: un comitato congiunto che definisce pricing, formati, regole promozionali e criteri di misurazione. Inoltre, una tassonomia chiara dei placement (sponsored product, display onsite, email, push, in-store screen) evita sovrapposizioni e conflitti con la shopper experience.
La misurazione è il campo in cui si decide la fiducia dei brand. In un progetto maturo si definiscono KPI per obiettivi diversi: awareness (reach stimata, frequenza), consideration (click, visite a pagina prodotto), conversion (vendite incremental, tasso di acquisto), e retention (riacquisto, basket size). Così, un brand può scegliere se puntare a performance pura o a copertura di categoria. Inoltre, si costruiscono test di incrementalità: gruppi esposti e non esposti, o geo-test tra punti vendita, per stimare l’uplift. Anche se richiede disciplina, è ciò che trasforma la spesa in investimento.
In Italia, l’esempio della GDO aiuta a capire la direzione. Progetti come piattaforme media di gruppo, pensate per rendere i punti vendita “media center” evoluti, mostrano una traiettoria chiara: esperienze omnicanale personalizzate, misurabili e integrate. Inoltre, i panel e i momenti di confronto tra retailer e industria hanno spinto sul tema “win-win”: standard comuni e trasparenza su metriche e processi. È un cambio culturale, perché si passa dalla negoziazione spot alla pianificazione congiunta.
Per rendere operativa la strategia, molte insegne adottano un modello a “tre livelli”. Primo, monetizzazione degli asset onsite (ricerca, categorie, home). Secondo, estensione offsite usando audience proprietarie in modalità privacy-safe. Terzo, integrazione in store con schermi e audio per chiudere il cerchio del Customer Engagement. Così si crea un funnel completo, dal desiderio alla disponibilità sullo scaffale. L’insight finale è questo: quando l’insegna misura l’incremento reale, il Retail Media smette di essere costo e diventa margine.
Programmatic Advertising e omnicanalità: come rendere scalabile il Retail Media tra onsite, offsite e in-store
La scalabilità del Retail Media passa sempre più da logiche di Programmatic Advertising. Non significa “automatizzare tutto” senza controllo, bensì standardizzare inventory, audience e regole di erogazione, così da aumentare velocità e precisione. Inoltre, il programmatic aiuta a gestire frequenza, esclusioni di categoria, e rotazioni creative, elementi cruciali quando si lavora in ambienti retail ad alta densità di messaggi. Tuttavia, per evitare dispersione, serve qualità del segnale e coerenza con l’esperienza del cliente.
Nell’omnicanalità, il punto interessante è che onsite e in-store non si sommano: si moltiplicano. Per esempio, un utente vede un contenuto sponsorizzato sul sito dell’insegna, salva un prodotto in lista, poi riceve una notifica in app quando entra nel punto vendita, e infine trova un richiamo su schermo in corsia. Di conseguenza, la creatività deve essere sequenziale: messaggi diversi per momenti diversi. Inoltre, la misurazione deve tenere conto dell’effetto combinato, non solo del click finale.
Per i Centri Commerciali, il programmatic apre una prospettiva nuova: vendere audience e contesto a brand che non sono tenant, ma che vogliono presidiare un territorio. Quindi, un operatore telco o un brand automotive può acquistare visibilità in specifiche fasce orarie, vicino a ingressi o aree ad alto traffico, con creatività dinamiche. Anche se la conversione non è immediata, si può misurare un aumento di visite in store di un concessionario vicino, oppure richieste di preventivo tramite QR. Il valore nasce dalla capacità di collegare exposure e azione.
Un nodo pratico riguarda i formati e le specifiche. Se ogni network usa dimensioni e regole diverse, il costo di produzione cresce e i brand rallentano. Pertanto, conviene adottare standard creativi e un calendario editoriale condiviso, almeno per i formati più richiesti. Inoltre, l’utilizzo di feed di prodotto consente creatività dinamiche: prezzo, disponibilità, varianti e promozioni si aggiornano senza rifare il materiale. Questa è efficienza vera, perché riduce errori e migliora pertinenza.
Per chiarire come si possono distribuire budget e KPI lungo i canali, una tabella operativa rende più semplice la pianificazione:
| Canale Retail Media | Obiettivo tipico | KPI principali | Esempio in Italia |
|---|---|---|---|
| Onsite (ricerca, categorie, PDP) | Conversione e quota di scaffale digitale | ROAS, tasso di acquisto, vendite incremental | Sponsored product su e-commerce di insegna |
| Offsite (display/social su audience proprietarie) | Consideration e ritorno in store | Reach, visite, CPA, uplift | Campagna su audience loyalty in ambienti premium |
| In-store (schermi, audio, totem) | Stimolo all’acquisto e trade-up | Sell-out per periodo, redemption, basket size | Digital signage in GDO e gallerie di Centri Commerciali |
| CRM (email, push, app) | Retention e personalizzazione | Open rate, conversion post-click, riacquisto | Coupon personalizzati su app del retailer o del mall |
Quando la pianificazione segue questa logica, il programmatic non è un vezzo tecnologico. Diventa un metodo per orchestrare messaggi coerenti e misurabili. L’insight finale è chiaro: la scalabilità arriva quando standard e creatività dinamica riducono attrito, quindi liberano investimento.
A questo punto, il tema successivo diventa inevitabile: come si superano barriere organizzative e come si costruiscono partnership che reggano nel tempo?
Partnership, competenze e governance: modelli operativi per sbloccare opportunità tra brand, Insegne e Centri Commerciali
Le Opportunità del Retail Media in Italia aumentano quando il mercato smette di lavorare “a silos”. In pratica, molti progetti rallentano non per mancanza di schermi o di inventory, ma per assenza di un modello operativo. Perciò, si vede emergere una triade di ruoli: commerciale (vendita e pricing), prodotto media (formati, roadmap, standard), e data/measurement (KPI, sperimentazioni, privacy). Inoltre, la presenza di un partner tecnologico può accelerare, ma non sostituisce la governance interna.
Un punto caldo è la competenza. Se un team vende Retail Media come se fosse solo “spazio”, perde valore; se lo vende come “performance” senza misurazione solida, perde credibilità. Quindi, la formazione diventa parte del prodotto: playbook, casi, benchmark, e linee guida creative. Anche gli eventi e gli hub di networking hanno un ruolo, perché aiutano a condividere standard emergenti e best practice internazionali. In questo senso, i confronti tra player europei e italiani hanno mostrato quanto conti la disciplina sui KPI e la capacità di far convivere branding e performance nello stesso piano.
Per un Centro Commerciale, la partnership con le Insegne può assumere forme diverse. In un modello “federato”, il mall aggrega inventory e audience, mentre i singoli store mantengono i propri canali. In un modello “integrato”, invece, si crea un’offerta unica, con pacchetti che includono schermi di galleria e inventory digital delle insegne aderenti. Tuttavia, l’integrazione richiede accordi chiari su revenue share, qualità creativa e gestione delle priorità. Altrimenti, il rischio è che l’esperienza cliente diventi rumorosa e incoerente.
L’esempio di Elena torna utile anche qui. Per sbloccare il progetto, Elena firma un “manifesto operativo” con alcune insegne anchor e con l’agenzia media di due brand. Nel documento si definiscono: formati ammessi, categorie sensibili, frequenza massima per area, e un set minimo di KPI. Inoltre, si istituisce un tavolo mensile di ottimizzazione, dove si guardano dati e si decidono aggiustamenti. Questo metodo riduce frizioni e, soprattutto, crea una routine di miglioramento continuo. Non è glamour, ma funziona.
Infine, la governance deve includere anche la componente “offline” del Retail Media. Audio e video in-store, per esempio, non sono solo creatività: sono tecnologia, processi, manutenzione, e controllo qualità. Perciò, molte realtà scelgono partner specializzati che aiutano a progettare palinsesti, sincronizzare messaggi e raccogliere segnali utili. Inoltre, l’uso intelligente dell’audio permette di comunicare senza saturare gli schermi, migliorando la percezione di servizio. L’insight finale è che il Retail Media diventa sostenibile quando si tratta come una business unit, con processi, ruoli e standard, non come una campagna ogni tanto.
Qual è la differenza tra Retail Media e pubblicità tradizionale nel retail?
Il Retail Media usa asset e dati di prima parte di Insegne e Centri Commerciali per attivare messaggi misurabili vicino al momento d’acquisto. Di conseguenza, collega exposure e vendite (o visite) con KPI più vicini al business rispetto alla Pubblicità tradizionale, che spesso si ferma a reach e frequenza.
Quali KPI sono davvero utili per valutare una campagna Retail Media?
Dipende dall’obiettivo, tuttavia un set minimo include: ROAS o vendite incremental per performance, reach e frequenza per awareness, visite e redemption coupon per traffico, e test di uplift per stimare l’impatto reale. Inoltre, conviene fissare definizioni condivise tra brand e retailer per evitare report non confrontabili.
Come possono i Centri Commerciali entrare nel Retail Media senza snaturare l’esperienza del visitatore?
Si parte da una progettazione dell’inventory basata sul contesto: messaggi utili, frequenza controllata e creatività coerenti con le aree del mall. Inoltre, si adottano pacchetti omnicanale e regole editoriali, così da trasformare gli spazi in un servizio informativo e non in rumore.
Che ruolo ha il Programmatic Advertising nel Retail Media?
Il Programmatic Advertising rende più efficiente la gestione delle campagne, perché automatizza acquisto, targeting e controllo della frequenza su inventory standardizzata. Pertanto, permette scalabilità e ottimizzazione continua, purché l’offerta abbia qualità, trasparenza e misurazione robusta.
Quali sono i primi passi consigliati a un’insegna che vuole lanciare una retail media proposition?
Conviene avviare un audit di asset e dati, definire formati e listini, e costruire un modello di misurazione con KPI chiari. Inoltre, è utile creare una governance con trade marketing e team digital, così da offrire ai brand pacchetti semplici e risultati verificabili.
Con oltre 20 anni di esperienza nel settore retail, sono Direttore Editoriale e Consulente di Strategia Retail. La mia passione è guidare le aziende nell’innovazione e nell’ottimizzazione delle loro strategie per migliorare l’esperienza del cliente e aumentare le performance sul mercato.


