Due marchi affiancati su una confezione come esempio di partnership in co-branding

Co-branding e brand partnership: logiche, forme e rischi

Il co-branding è un’alleanza strategica tra marchi in cui due o più marche note firmano insieme un prodotto o un’offerta, così che la fiducia e l’immagine dell’una si trasferiscano sull’altra. Conviene quando il legame tra i partner appare credibile agli occhi del consumatore e quando un contratto regola con precisione l’uso dei segni, gli asset creati insieme e l’uscita dall’accordo. Il punto decisivo, però, è capire in quale direzione scorre il valore: chi lo presta, chi lo riceve e a quale prezzo. Da questa risposta dipendono la forma da scegliere, le clausole da negoziare e i numeri da guardare a fine campagna.

In breve

  • La marca ospitante produce e vende; la marca invitata presta notorietà, competenza o prestigio.
  • Un accostamento incoerente intacca credibilità e reputazione di entrambe le marche, non solo di quella più debole.
  • Bastano quattro coppie per classificare ogni accordo: strategico/tattico, product-based/communication-based, funzionale/simbolico, esclusivo/non esclusivo.
  • Il contratto copre licenza, proprietà degli asset congiunti, royalties, uscita e controversie.
  • I risultati si misurano partner per partner, partendo da una baseline rilevata prima del lancio.

Cos’è il co-branding e su quale logica si regge

L’Enciclopedia Treccani lo definisce come la strategia di marketing che associa a un prodotto due o più brand. Quando le marche appartengono ad aziende diverse, nasce un’alleanza il cui scopo è un posizionamento diverso da quello delle singole marche. Hillyer e Tikoo (1995) precisano il meccanismo: grazie alla presenza della marca invitata, il consumatore percepisce l’offerta come nuova. Interbrand aggiunge un criterio economico, ossia che il valore generato non basta a giustificare un nuovo marchio o una joint venture.

Perché, dunque, il valore passa da una marca all’altra? Ogni partner porta con sé un capitale fatto di notorietà, qualità percepita e associazioni mentali. Di conseguenza, il cliente legge la marca invitata come una garanzia e attribuisce le sue qualità al prodotto ospitante. Tuttavia il trasferimento non è mai automatico: dipende dal fit percepito e dalla forza della marca ospitante nella categoria. Inoltre l’effetto alone può anche invertirsi, con una marca che oscura l’altra. Nei progetti retail che seguo pongo sempre una domanda preliminare: il cliente capirebbe da solo perché queste due marche stanno insieme?

Co-branding, co-marketing e licenza di marchio: le differenze

Il co-marketing è la categoria più ampia, perché comprende promozioni, pubblicità e vendite congiunte senza che nasca necessariamente un prodotto firmato da entrambi. Il co-branding ne rappresenta quindi una forma particolare, in cui le marche compaiono insieme sull’offerta. Per approfondire meccanismi e attori, si veda questa guida al co-marketing nel retail. La licenza d’uso del marchio, invece, è uno strumento giuridico: il titolare concede a terzi l’uso del segno, di solito dietro royalties, e spesso costituisce proprio la base legale di un accordo di co-branding.

Perché due marchi si alleano: i vantaggi per ciascun partner

La marca ospitante guadagna valore percepito, accesso a segmenti nuovi e costi di sviluppo condivisi. La marca invitata, dal canto suo, ottiene visibilità presso la clientela del partner, l’ingresso in una categoria lontana dalla propria e, spesso, ricavi addizionali sotto forma di royalties. Entrambe, infine, rafforzano brand awareness e brand reputation se l’operazione convince.

Per una PMI italiana con budget e notorietà limitati la logica cambia, ma resta valida. Anziché inseguire un grande marchio nazionale, conviene cercare un partner locale complementare, con una clientela simile e un canale già fidelizzato: un caseificio e un forno artigianale, per esempio, oppure un’ottica e un negozio di abbigliamento della stessa città. Così si divide la spesa di packaging e comunicazione, si concentra l’investimento su un solo canale e si misura subito il costo di acquisizione di ogni cliente. Il vincolo, perciò, diventa un vantaggio: piccoli volumi permettono test rapidi. Chi vuole inquadrare questi accordi nel contesto più ampio delle partnership B2B nel retail troverà le forme contrattuali vicine.

Le forme del co-branding

Scegliere la forma significa decidere quanta identità mettere in comune e per quanto tempo. Checchinato (2007) descrive una scala d’intensità che va dalla semplice comunicazione potenziata fino allo sviluppo di un prodotto del tutto nuovo per il mercato.

Strategico o tattico, esclusivo o non esclusivo

Nel co-branding strategico e tattico la differenza sta nell’orizzonte temporale. Il modello strategico impegna i partner nel medio-lungo periodo, coinvolge a fondo le identità e può perfino generare una marca ibrida. Il modello tattico, al contrario, punta a benefici rapidi come la riduzione dei costi di marketing, con una commistione d’immagine superficiale. Un’edizione limitata o una capsule collection rientrano tipicamente in questa seconda logica.

Altrettanto rilevante è l’esclusività. Nell’accordo esclusivo le marche rinunciano ad alleanze con concorrenti della stessa categoria, e ciò rende il posizionamento unico. Nell’accordo non esclusivo, invece, la marca invitata compare anche su prodotti rivali, quindi il trasferimento di valore si attenua e la marca ospitante ne trae benefici modesti.

Ingredient, funzionale e simbolico

Busacca e Bertoli distinguono il co-branding basato sul prodotto da quello basato sulla comunicazione, che comprende joint advertising e joint promotion. Nel primo gruppo rientra l’ingredient co-branding, dove la seconda marca è un componente del prodotto finale: il caso “Intel Inside” resta il riferimento classico. Il co-branding funzionale sfrutta le valenze tecniche della marca invitata. Il co-branding simbolico, invece, presta attributi emotivi e sociali, spesso fino al co-naming: si pensi alla Fiat Panda K-Way o alla Citroën C3 Dolce & Gabbana.

Esempi di co-branding e cosa insegnano

Pochi casi, letti bene, valgono più di un catalogo. Quando Coca-Cola ha legato la Diet Coke a NutraSweet, ha ottenuto una garanzia di gusto che sosteneva le vendite; NutraSweet, a sua volta, ha conquistato una visibilità di massa. Secondo GlossarioMarketing, infatti, senza il dolcificante firmato le vendite calarono subito: segno che il valore percepito risiedeva proprio nella marca invitata.

Nel 2017 Supreme e Louis Vuitton hanno lanciato una capsule collection che ha portato la maison verso un pubblico giovane e urbano, mentre Supreme ha acquisito un’aura di lusso. La scarsità dell’edizione limitata ha moltiplicato la domanda per entrambi.

Infine, nel 2018 Adidas ha affidato a Kylie Jenner il lancio delle Falcon. Il marchio sportivo ha raggiunto un target giovane attraverso la sua enorme community; l’imprenditrice, invece, ha consolidato la propria immagine di icona di stile. La lezione comune? Il guadagno è stato diverso per ciascun partner, e proprio questa asimmetria ha reso l’accordo conveniente.

I rischi: diluizione, confusione e danno reputazionale

Ogni alleanza espone segni distintivi, reputazione e know-how, perciò i rischi vanno valutati prima della firma.

  • Diluizione del marchio: associato a troppi partner o a categorie lontane, un segno perde capacità distintiva e smette di evocare un prodotto preciso.
  • Dipendenza reciproca: se le vendite si reggono sull’abbinamento, la fine della collaborazione lascia un vuoto difficile da colmare.
  • Confusione del consumatore: una marca dominante può oscurare l’altra, oppure il cliente non capisce più quale livello di qualità sta acquistando.
  • Danno reputazionale: lo scandalo di un partner ricade su chi gli sta accanto.

L’ultimo punto riguarda soprattutto gli accordi con celebrità. Nel 2022, per esempio, Adidas ha interrotto la linea Yeezy con Kanye West dopo le sue dichiarazioni pubbliche, mostrando quanto un’identità personale possa diventare una passività per il marchio. Ecco perché conviene una due diligence sui valori del partner, non soltanto sui suoi numeri.

Il contratto di co-branding: le clausole essenziali

Come ricorda lo Studio Bonini di Vicenza, ogni partner conserva la proprietà del proprio marchio; tuttavia tutto ciò che nasce insieme va regolato. I nodi da presidiare sono cinque: la licenza d’uso del marchio (esclusiva o meno, durata, territori, supporti), la proprietà degli asset congiunti come logo e packaging, la ripartizione di royalties o profitti, le modalità di uscita e la risoluzione delle controversie, ad esempio tramite arbitrato.

La clausola d’uscita merita più attenzione di quanto riceva di solito. Occorre prevedere un inventario degli asset condivisi, un periodo di smaltimento delle scorte co-brandizzate e una data oltre la quale nessuno usa più il logo comune. Inoltre conviene stabilire chi conserva domini, profili social e contenuti creati per la campagna, e se il design congiunto resta di uno solo o in comproprietà. Nei negoziati che accompagno chiedo anche un piano di comunicazione dell’uscita, così che il cliente non scambi la fine dell’accordo per un problema di qualità.

Come misurare il successo di una brand partnership

Una campagna senza obiettivi fissati in anticipo non si può valutare. Il primo passo, quindi, consiste nello scrivere per ciascun partner un traguardo quantificabile: nuovi clienti, vendite incrementali, notorietà presso un segmento preciso. Gli obiettivi coincidono raramente, e per questo vanno misurati in modo separato.

KPICosa misuraCome si calcola
ROI di marketingRedditività complessivaFatturato del periodo / costi di marketing
ROASResa della pubblicità congiuntaFatturato attribuibile agli annunci / spesa in annunci
CPL e CACCosto di lead e nuovi clientiSpesa / lead o clienti acquisiti
CPMCosto della visibilitàCosto per 1.000 impressioni
Engagement medioRisposta sui socialInterazioni totali / numero di post
LTV a 1 e 12 mesiValore dei clienti acquisitiRicavi per cliente nel periodo

Questi indicatori, però, non bastano a cogliere il trasferimento di valore. Per misurare la brand awareness serve un sondaggio prima e dopo il lancio sullo stesso campione. Altrettanto utile è un gruppo di controllo non esposto alla campagna, da confrontare con il gruppo esposto: la differenza isola l’effetto reale. Per attribuire i nuovi clienti, infine, si usano codici sconto o landing page distinti per ciascun partner, così da sapere quanti arrivano dalla base dell’altro.

Esiste poi una metrica che molti trascurano: il prezzo medio praticato. Se il prodotto co-brandizzato sostiene un premio di prezzo senza cali di volume, il valore percepito si è davvero trasferito. Allo stesso modo, conviene monitorare menzioni e sentiment, perché un picco di commenti negativi segnala in anticipo un problema di fit.

Nelle collaborazioni che seguo propongo una regola semplice: rilevare la baseline almeno un mese prima, misurare durante la campagna e ripetere la rilevazione tre mesi dopo, per capire se l’effetto dura. Il passo successivo, a questo punto, è concreto: prima di contattare un potenziale partner, scriva su una pagina i tre KPI che per Lei definiscono il successo e le soglie minime sotto cui l’accordo non converrebbe. Quella pagina diventerà la base della trattativa.

FAQ

Quali sono alcuni esempi di co-branding?

Tra i casi più studiati figurano Coca-Cola e NutraSweet per la Diet Coke, la capsule collection Supreme x Louis Vuitton del 2017, le sneaker Falcon di Adidas con Kylie Jenner e il gelato Magnum firmato Dolce & Gabbana nel 2014. Nel campo dei componenti resta emblematico “Intel Inside”. In ciascun caso i partner hanno ottenuto vantaggi diversi: credibilità tecnica, accesso a un pubblico nuovo, prestigio o visibilità.

Cosa si intende per co-marketing e in cosa differisce dal co-branding?

Il co-marketing indica qualsiasi attività di marketing condotta insieme da due aziende: promozioni, pubblicità, eventi o vendite abbinate. Il co-branding ne è una forma specifica, in cui le marche compaiono congiuntamente su un prodotto o un’offerta percepita come nuova. In pratica, nel co-marketing si promuove insieme; nel co-branding, invece, si firma insieme, con un coinvolgimento più profondo delle identità.

Quali tipi di co-branding esistono?

Le classificazioni principali si riducono a quattro coppie. Strategico o tattico, secondo durata e intensità; product-based o communication-based, secondo la leva del marketing mix coinvolta, con l’ingredient co-branding nel primo gruppo; funzionale o simbolico, secondo il beneficio trasferito; esclusivo o non esclusivo, secondo la possibilità di allearsi con altri marchi della stessa categoria.

Cosa deve contenere un contratto di co-branding?

Deve definire la licenza d’uso dei marchi (esclusività, durata, territori, supporti), la proprietà di logo, packaging e design creati insieme, la ripartizione di royalties o profitti, gli obblighi di tutela contro contraffazioni e usi impropri. Occorrono inoltre una clausola d’uscita con gestione delle scorte e degli asset condivisi e un meccanismo di risoluzione delle controversie, ad esempio l’arbitrato.

Quali sono i rischi del co-branding per un marchio?

I rischi principali sono quattro: la diluizione del marchio, che perde capacità distintiva; la dipendenza reciproca, che pesa alla fine dell’accordo; la confusione del consumatore sulla qualità o sull’origine del prodotto; il danno reputazionale, quando il partner finisce al centro di uno scandalo. Una verifica preventiva dei valori del partner e un contratto ben scritto riducono sensibilmente queste esposizioni.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

venti − quattordici =

Torna in alto
CanaliecoMag
Panoramica privacy

This website uses cookies so that we can provide you with the best user experience possible. Cookie information is stored in your browser and performs functions such as recognising you when you return to our website and helping our team to understand which sections of the website you find most interesting and useful.