Infografica sulla differenza co-marketing co-branding con due marchi partner a confronto

Che differenza c’è tra co-marketing e co-branding?

Il co-marketing è il genere: indica qualsiasi collaborazione di marketing tra due o più imprese, su una o più delle 4 P. Il co-branding è la specie, cioè due marchi presentati insieme al consumatore, spesso su un prodotto o servizio comune, con vincoli più stretti su identità, durata e contratto. La distinzione ha conseguenze pratiche. Stabilisce quanta parte della Sua brand equity mette in gioco, quale contratto deve firmare e quali indicatori dovrà seguire. Per questo conviene usarla con precisione, partendo da un test che si applica in pochi secondi.

In breve

  • Test rapido: se esiste un’offerta che porta entrambi i marchi, è co-branding. Se ciascun partner resta sul proprio prodotto, è co-marketing.
  • Il co-branding può essere tattico (breve, con identità poco mescolate) oppure strategico (medio-lungo termine, fino a un’identità ibrida).
  • Nel contratto contano quattro voci: licenza del marchio, esclusiva, uscita, ripartizione di costi e ricavi.
  • Un concorso a premi organizzato insieme va comunicato al Ministero almeno 15 giorni prima dell’avvio.

La risposta in breve: il co-branding è una forma di co-marketing

Il co-branding rientra nel co-marketing e non vi si contrappone. In rete circolano due letture sbagliate: alcune guide trattano i termini come sinonimi, altre li presentano come strategie alternative. Entrambe portano fuori strada. Chi li considera sinonimi rischia di firmare un accordo pensato per una promozione incrociata mentre, di fatto, concede il proprio marchio sul prodotto di un altro. Chi li vede come opposti, invece, non coglie che una semplice campagna congiunta può evolvere in un prodotto condiviso.

Il criterio operativo è uno solo: esiste un’offerta che porta entrambi i marchi davanti al consumatore? Se la risposta è sì, si parla di co-branding. Quando ciascun partner promuove il proprio prodotto, anche con materiali comuni, si resta nel co-marketing in senso stretto. Nei progetti retail che seguo, questa domanda chiarisce subito chi deve sedersi al tavolo: il solo marketing oppure anche l’ufficio legale.

Cos’è il co-marketing e su quali leve agisce

Il co-marketing, abbreviazione di cooperative marketing, è un accordo tra imprese che può agire su qualunque leva del marketing mix. Cherubini, nel 1999, lo descrive come il processo con cui due o più operatori, privati o pubblici, realizzano in partnership iniziative di marketing organizzate, programmate e controllate. Gli obiettivi possono essere comuni oppure autonomi, purché compatibili, e passano sempre dalla soddisfazione del consumatore.

Le leve sono le 4 P del marketing:

  • prodotto: due imprese realizzano insieme un bene o un servizio;
  • prezzo: vendita abbinata con un vantaggio economico, il cosiddetto bundling;
  • promozione: esposizione reciproca dei loghi per accrescere la brand awareness;
  • distribuzione: i prodotti di un’impresa passano dai canali dell’altra, come le ricariche telefoniche vendute nella GDO.

Solo la leva del prodotto, e in parte quella della promozione, sfociano naturalmente nel co-branding. Se vuole vedere il meccanismo applicato al rapporto tra industria e punto vendita, può approfondire come funziona il co-marketing tra marca e insegna.

Cos’è il co-branding e quando nasce un prodotto co-branded

Hillyer e Tikoo (1995) definiscono il co-branding come un’alleanza tra due o più marche note, presentate insieme al consumatore. Ne nasce un’offerta nuova, o percepita come diversa, grazie alla presenza della marca invitata. Interbrand (1996) aggiunge un elemento pratico: la collaborazione dura di solito nel medio-lungo termine, ma il valore che genera non basta a giustificare una nuova marca o una joint venture.

Le tipologie si leggono su due assi. Il primo è la durata. Il co-branding tattico punta su benefici di breve periodo, come la condivisione dei costi, con una commistione di identità superficiale. Quello strategico, invece, coinvolge a fondo le marche. Il secondo asse riguarda il marketing mix. Secondo Busacca e Bertoli, la forma communication-based (pubblicità e promozione congiunte) è la meno intensa ed è la zona di confine con il co-marketing. Il product-based, al contrario, è la più impegnativa. Al suo interno rientra l’ingredient branding, in cui la seconda marca è un componente del prodotto principale (Jobber, 2004).

Le differenze chiave: identità di marca, durata, investimento e rischio

CriterioCo-marketingCo-branding
Identità di marcaRestano distinteSi combinano davanti al cliente
DurataSpesso legata a una campagnaDa breve (tattico) a medio-lungo (strategico)
InvestimentoComunicazione, prezzo o canali condivisiSpesso sviluppo prodotto prima della campagna
RischioLimitato all’iniziativaCoinvolge la brand equity di entrambi
ContrattoAccordo su un’attivitàLicenza, esclusiva, uscita

Il rischio tipico del co-branding è la diluizione dell’immagine, che nasce da tre cause. La prima è l’incoerenza: se il pubblico non coglie un legame logico, il danno colpisce entrambi i marchi. Un marchio di fascia alta che si allea con uno percepito come inferiore, per esempio, manda un messaggio contraddittorio. La seconda è l’effetto alone, per cui una marca oscura l’altra e confonde il consumatore. La terza è la dipendenza. Il caso Diet Coke lo dimostra: quando Coca-Cola provò a venderla senza l’apporto di NutraSweet, le vendite calarono subito (Chimenti, 1999). Una parte del valore, dunque, era passata alla marca invitata. Per prudenza conviene lanciare il prodotto co-branded in modo graduale. Trova altri casi di rischio in questa analisi su logiche e rischi delle brand partnership.

Esempi a confronto: dalla promozione congiunta al prodotto condiviso

Promozione congiunta. McDonald’s e Disney hanno spesso inserito nel menu per bambini piccoli omaggi legati ai film in uscita. Ogni marchio conserva la propria offerta: il primo guadagna traffico, il secondo visibilità per il film. In Italia, Buondì Motta ha messo in palio nel 2019 un abbonamento annuale a Spotify e nel 2020 le AirPods, con i loghi sulla confezione. Si tratta di un’operazione a premi, perché la merendina non cambia.

Prodotto co-branded. Nel 2014 Louis Vuitton ha creato una linea di valigie pensata per il bagagliaio della BMW i8. In questo caso l’offerta stessa porta i due marchi e unisce valori comuni come design e qualità costruttiva. Ancora più profondo è il legame tra Nike e Apple. Nel 2006 nasce Nike+ iPod e, dieci anni dopo, arriva l’Apple Watch Nike+: un co-branding strategico a tutti gli effetti.

A metà strada si colloca il co-naming dell’auto, come la Fiat Panda K-Way, con doppio nome, durata breve e target mirato.

Contratto, marchio ed esclusiva: cosa mettere nero su bianco

Ogni accordo di co-marketing è un rapporto contrattualizzato. Il co-branding, però, richiede clausole che una campagna semplice non prevede.

Licenza d’uso del marchio. Chi appone il marchio altrui deve sapere dove, come e su quali prodotti può farlo. Il modello classico è quello di un’azienda di occhiali che paga un brand di moda per produrre montature con il suo nome. Definisca quindi linee guida grafiche, approvazione dei campioni e controlli di qualità.

Esclusiva. In un accordo esclusivo le marche non possono allearsi con altre della stessa categoria o di categorie affini. Il vantaggio è un posizionamento unico. Senza esclusiva, invece, la marca invitata può comparire anche sui prodotti concorrenti e il beneficio si riduce.

Clausole di uscita. Oltre alla risoluzione per forza maggiore, l’avvocato Vincenzo Jandoli segnala la sospensione consensuale: le parti congelano gli obblighi e riattivano il contratto quando la situazione si stabilizza, come è accaduto durante il COVID-19. Conviene aggiungere anche un recesso legato a danni reputazionali del partner.

Costi e ricavi. Stabilisca chi finanzia sviluppo, produzione e media, e come si dividono royalty o margini. Sulla logica dei contributi tra produttore e distributore, veda come funzionano i fondi di co-marketing.

Quale scegliere per il tuo brand

Scelga il co-marketing se cerca visibilità e condivisione dei costi senza toccare il prodotto. Il co-branding, invece, conviene quando l’unione dei marchi crea un valore che da solo non otterrebbe.

Una PMI con budget limitato fa bene a partire dall’area operativa. Secondo Cherubini e Iasevoli, infatti, è lì che si concentrano le occasioni più numerose, mentre la collaborazione strategica resta meno praticata. Tra gli strumenti più economici ci sono gli inserti con codici sconto nel packaging, gli spazi nelle rispettive newsletter, i campioni gratuiti e il baratto di servizi. Tenga però presenti due vincoli. Un giveaway con fini commerciali è un concorso a premi: servono un regolamento, la comunicazione tramite Prema almeno 15 giorni prima, una cauzione pari al valore dei premi al netto dell’IVA e un notaio o un funzionario camerale. Un accordo con un concorrente, inoltre, va sempre verificato sul piano antitrust.

Prima di firmare, verifichi questi punti:

  • l’offerta finale porterà entrambi i marchi?
  • il partner ha un pubblico affine, ma vende un prodotto complementare e non concorrente?
  • il posizionamento sul mercato dei due marchi risulta coerente agli occhi del cliente?
  • l’orizzonte è una singola campagna o una partnership strategica pluriennale?
  • esclusiva, uscita e ripartizione di costi e ricavi sono già definite?

Come misurare i risultati della collaborazione

Fissi gli obiettivi prima del lancio: senza un traguardo quantificabile, come vendite aggiuntive o nuovi clienti, nessuno potrà valutare l’iniziativa. Gli indicatori, inoltre, cambiano a seconda della forma scelta. In una promozione incrociata contano la copertura sul pubblico del partner, i contatti raccolti, l’engagement e le conversioni dai codici sconto dedicati, che consentono di attribuire ogni vendita al canale giusto. Per un prodotto co-branded, invece, guardi alle vendite incrementali, alla quota di clienti nuovi e, nel tempo, alla tenuta della brand equity di entrambi i marchi. Controlli i dati fin dalle prime settimane, così potrà correggere il tiro restando nel budget.

Il prossimo passo è concreto: selezioni due partner complementari, applichi a ciascuno il test del doppio marchio e passi la checklist. Saprà subito quale accordo proporre.

FAQ

Co-marketing e co-branding sono sinonimi?

No. Il co-marketing comprende ogni collaborazione di marketing tra imprese, su prodotto, prezzo, promozione o distribuzione. Il co-branding ne è una forma specifica: due marchi presentati insieme al consumatore, spesso su un’offerta comune. Usarli come sinonimi porta a sottovalutare gli aspetti contrattuali, perché concedere il proprio marchio su un prodotto altrui richiede tutele che una semplice campagna congiunta non prevede.

Quali sono i rischi del co-branding?

I rischi principali sono tre: l’incoerenza tra i marchi, che confonde il pubblico e danneggia entrambi, l’effetto alone, per cui una marca oscura l’altra, e la dipendenza dalla marca invitata. Il caso Diet Coke senza NutraSweet mostra quanto valore possa passare al partner. Per limitarli servono una scelta accurata del partner, un lancio graduale e clausole di uscita chiare.

Cos’è l’ingredient branding?

È una forma di co-branding basata sul prodotto, in cui la seconda marca è un componente dell’offerta della marca principale (Jobber, 2004). Il suo vantaggio sta nell’effetto leva: la notorietà e la qualità riconosciute all’ingrediente rafforzano la brand equity del prodotto finale. Funziona, quindi, solo se la marca dell’ingrediente gode di una reputazione solida presso i consumatori.

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